II.
PRIMA TRIBOLAZIONE O PERSECUZIONE
DELL' ORDINE DEL BEATO FRANCESCO
2154 1. Quando ebbe finalmente ben ordinati e infiammati
i frati, e li ebbe consolidati e confermati, con divine parole
ed esempi, per quanto era in suo potere, a riverire e ad osservare
puramente e fedelmente la vita della perfezione promessa,
il beato Francesco, spinto dal fervore della carità
serafica per la quale era tutto attratto in Cristo, desiderando
ardentemente di offrirsi a Dio come ostia viva attraverso
la fiamma del martirio, per ben tre volte intraprese il viaggio
verso le parti degli Infedeli. Ma per due volte ne fu impedito
da divina disposizione, volendo Dio provare più pienamente
la fiamma del suo fervore. La terza volta, dopo aver subito
molti obbrobri, catene, battiture e fatiche, fu condotto,
per volontà di Cristo, davanti al Sultano di Babilonia
.
Stando alla sua presenza, tutto ardente del fuoco dello Spirito
Santo, annunciò a lui con tanta forza e con una predicazione
così viva ed efficace Cristo Gesù e la fede
del suo Vangelo, che il Sultano e tutti i presenti furono
pieni di ammirazione. Infatti, per la potenza delle parole,
che Cristo parlava in lui, il Sultano, convertito a mansuetudine
volentieri prestava ascolto alle sue parole, contro il divieto
della sue legge nefanda, e lo invitò con insistenza
a prolungare la sua permanenza nella sua terra, e diede ordine
che lui e tutti i suoi frati potessero liberamente recarsi
al sepolcro di Cristo, senza pagare nessun tributo.
2155 2. Frattanto, mentre il pastore è lontano,
il lupo rapace tenta di rapire e disperdere il gregge, e ad
aprirgli la porta dell'ovile sono proprio coloro che più
degli altri erano tenuti ad opporsi al suo assalto e a guardarsi
dalle insidie di lui. Infatti, proprio coloro che erano superiori
e sembravano i più prudenti e intelligenti, voltatisi
al compiacimento verso le loro idee, e coprendo sotto figura
di discrezione la più profonda tiepidezza e infedeltà,
incominciarono a insegnare astutamente con parole ed opere
una maniera di vita diversa da quella consegnata ad essi e
suggerita dal cielo al pastore, avvallandola con detti della
Scrittura e con gli esempi di altri religiosi. Non capivano
che attraverso questa umana prudenza, definita morte dagli
apostoli, scavavano la fossa del precipizio a se stessi e
fabbricavano il laccio dell'idolatria e l'allontanamento dalla
vetta della perfezione promessa.
Giudicavano infatti cosa impossibile quasi, e pericolosa e
stolta, imitare e seguire nella semplicità e nell'obbedienza
quel Cristo, che in Francesco e per mezzo di Francesco aveva
parlato e manifestato la via della vita. E come i figli di
Israele, dopo l'esodo dall'Egitto e il passaggio del Mar Rosso
si erano voltati all'incredulità e al compiacimento
della propria sufficienza, reputando un nulla tutte le meraviglie
che avevano sperimentato e visto e udito, mentre Dio operava
e parlava loro per mezzo di Mosé, così costoro,
dopo che avevano abbandonato il mondo, rinnegato la propria
volontà e abbracciato la vita evangelica della croce,
cercavano di persuadere che seguire Cristo nell'umiltà
e nell'obbedienza, quel Cristo che parlava e operava attraverso
Francesco, l'uomo mandato a loro dal cielo, era una cosa per
niente affatto utile a se stessi e agli altri; e perciò
giudicarono necessario e giusto e perfino meritorio, trascinare
dietro di sé coloro che camminavano nella semplicità
e nella fedeltà.
2156 La loro presunzione e audacia crebbe a tal punto
che, quando san Francesco partì per le regioni d'oltremare
per visitare i luoghi santi, predicare la fede di Cristo agli
infedeli e guadagnarsi la corona del martirio, come abbiamo
detto, in molte province trattarono così duramente
e crudelmente quanti resistevano ai loro tentativi e alle
loro affermazioni e volevano stare attaccati tenacemente agli
insegnamenti e agli esempi dei loro padri, che non solo li
affliggevano con penitenze ingiuste, ma anche li scacciavano
dalla loro compagnia e comunione, come uomini di dubbia fede.
Per la qual cosa molti, e particolarmente i ferventi nello
spirito, non venivano da loro ricevuti, come uomini disobbedienti,
a differenza degli altri; e perciò, questi, lasciando
luogo al furore, vagavano dispersi e pellegrini qua e là,
piangendo l'assenza del loro pastore e direttore, e implorando
dal Signore con molte lacrime e continue orazioni il suo ritorno.
2157 Dio guardò dall'alto le loro suppliche
e i loro desideri e, condiscendendo benigno alle loro afflizioni,
dopo che Francesco ebbe predicato al Sultano ed ai suoi principi,
gli apparve e gli disse: «Francesco, ritorna, perché
il gregge dei poveri tuoi frati, che hai radunato nel mio
nome, è già disperso, cammina fuori strada ed
ha bisogno della tua guida perché si unisca, rafforzi
e cresca. Hanno già cominciato a deviare da quella
via di perfezione che hai tracciato ad essi, e non stanno
più fermi nel santo amore e nella pratica della carità,
umiltà e povertà e nella innocenza della semplicità
nella quale li hai piantati e fondati».
Dopo questa apparizione, fatto visita al sepolcro di Cristo,
tornò prestamente nella terra dei cristiani. Ritrovò
il suo gregge disperso, come gli aveva detto il Signore, non
più unito come egli l'aveva lasciato e, ricercandolo
con tanta fatica e lacrime, lo radunò.
2158 2. Appena coloro che erano afflitti, seppero
del suo ritorno, con sollecitudine e grande desiderio e immensa
gioia del cuore, si recano da lui e, rendendo grazie a Dio,
prostrati ai suoi piedi, si stringono attorno alle orme del
pastore tanto a lungo atteso.
Egli esorta i pusillanimi, consola gli afflitti, corregge
gli inquieti, rimprovera la colpa di coloro che li avevano
dispersi e congiunge nella carità i dispersi e coloro
che li avevano dispersi, e gli uni e gli altri con esortazioni
e ammonizioni rianima e infiamma a sostenere con letizia non
solo le cose leggere, ma anche le più dure e perfino
la morte per Cristo e per l'osservanza della Regola.
2159 Certamente tutti erano pieni di ammirazione
per le parole di grazia che uscivano dalle sue labbra, ed
osservando la perfezione della sua vita e i segni e miracoli
senza numero, che Dio operava ogni giorno per mezzo di lui,
si stupivano. Quelli poi che preferivano la propria prudenza
carnale alle sue esortazioni e ammonizioni, non potevano resistergli
pubblicamente o dire ragionevolmente cose contrarie alle sue
parole. Perciò tacevano, e tutti, all'apparenza, lo
seguivano con riverenza e gli ubbidivano: ma alcuni con cuore
puro e coscienza buona e fede non finta, altri invece per
prudenza umana e per necessità del voto e non spontaneamente,
ma per timore di incorrere in una nota di infamia agli occhi
dei secolari, e specialmente dei prelati. Ma tenevano sempre
fisso nel segreto dell'anima il proposito di governare sé
e gli altri secondo le proprie idee, non appena fosse giunto
il momento favorevole, e discostarsi con prudenza dalla intenzione
e volontà del fondatore salvando il proprio onore,
fama e santità. Avevano paura di lui e si umiliavano
davanti a lui, dimostrando, esteriormente con parole ed opere,
una familiarità e devozione fino eccessive. E in questo
modo coprivano col manto della santità di lui, i segreti
delle loro intenzioni.
Sapevano infatti che il padre della cristianità, il
sommo Pontefice, ed i suoi fratelli cardinali, avevano grande
riverenza e amore speciale per lui e, a motivo dei meriti
della sua santità, lo seguivano con larghi favori e
lo veneravano con affetto sincero; sentivano che nell'amore
e riverenza e nella fedele e obbediente adesione a lui, si
acquistavano essi pure il compiacimento e l'accesso fiducioso
ad essi, mentre in caso contrario incorrevano nel loro dispiacere
e nell'esclusione dalla loro familiarità.
2160 Per questo motivo, i ministri e i custodi, e
lo stesso frate Elia e i suoi seguaci ai quali con astuzia
e avvedutezza offrivano alimenti di irriverenza e disobbedienza
al fondatore, avvicinarono il signor cardinale, che per sua
devozione voleva intervenire al Capitolo generale, che si
teneva allora ogni anno presso Santa Maria della Porziuncola
o degli Angeli. E con grande cautela tentarono di insinuargli
queste osservazioni: che san Francesco, per la sua grande
purità e innocenza, non si dava pensiero di trattare
con i frati e di ordinare quanto era necessario e utile alla
Religione; che, dal momento che da solo non poteva soddisfare
e provvedere a così grande moltitudine di frati - soprattutto
perché era uomo illetterato, di fronte ai molti frati
sapienti e perfetti, quanto a santità ed onestà
di costumi e quanto a scienza, che ha sotto il suo governo
-, questi lo potrebbero consigliare e aiutare in molte cose,
poiché egli era infermo e debole. Si potrebbe dunque
ammonirlo - proseguirono questi tali -, ma senza lasciar capire
che queste parole vengono da noi, perché tratti gli
affari della Religione con i suoi frati preparati per queste
cose e si serva dei loro consigli ed aiuti, per imprimere
una più solida e più sicura direzione a tutta
la Religione.
2161 3. Queste parole piacquero al signor cardinale,
e le ritenne ragionevoli e molto utili. Il signor cardinale,
per suo desiderio, aveva frequenti colloqui su cose spirituali
con san Francesco. Pertanto, dopo uno di essi, così
gli parla congratulandosi con lui e dice: «Frate Francesco,
devi molto rallegrarti e rendere grandi grazie a Dio, perché
Dio ha dilatato la Religione e ti ha donato molti e sapienti
e santi frati, che sarebbero capaci non solo di dirigere la
tua Religione, ma perfino di dirigere e governare l'intera
Chiesa di Dio; e perciò sei tenuto a lodare Dio per
questo e devi ricercare i loro consigli e servirti della prudenza
e discrezione di tali uomini per il buon governo e la stabilità
e solidità di tutta la Religione».
San Francesco intuì, per suggerimento divino, il peso
delle parole del cardinale e la fonte dalla quale provenivano,
e gli disse: «Venite, signore, e parlerò ai frati
in vostra presenza».
2162 Ed ai frati radunati, presente il cardinale,
il beato Francesco disse: «Cristo ha chiamato me, idiota
e semplice perché seguissi la stoltezza della sua croce,
e mi ha detto: Io voglio che tu sia un nuovo pazzo nel mondo,
e che con le opere e la parola predichi la stoltezza della
croce, e che tu guardi a me e tu e tutti i tuoi frati, stiate
uniti a me, senza guardare all'esempio delle Regole di Agostino
e di Benedetto e di Bernardo. Voi invece volete andare e trascinarmi
dietro il senso e la scienza vostra, ma la vostra scienza
alla fine tornerà a vostra confusione».
Poi, rivolto al signor cardinale, continuò: «Pensano
questi miei frati sapienti, che voi lodate, di poter ingannare
voi e Dio con la loro umana prudenza, così come ingannano
e seducono se stessi, rendendo nulle e conculcando quelle
cose che Cristo dice e disse a loro per mezzo mio, per la
salvezza delle loro anime e per l'utilità di tutta
la Religione. Io, invero non ho mai detto e non dico nulla
da me stesso, se non quanto ho ricevuto da Lui con piena certezza
di spirito e per sola sua grazia e bontà. Ma essi,
con grande pericolo delle anime, antepongono il senso loro
al senso di Cristo, le loro volontà alla volontà
di Dio, e governano malamente se stessi e malamente governano
quelli che credono in loro, e non costruiscono, ma tentano
di svellere e distruggere quello che Cristo ha disposto, unicamente
per sua bontà e carità, di piantare e costruire
in me ed in essi, per la salute certa delle anime nostre e
per il bene di tutta la Chiesa».
Il cuore del signor cardinale fu mutato dalla forza ed efficacia
delle parole di lui e riconobbe che erano verissime quelle
parole che aveva detto. Convocati perciò i frati che
l'avevano indotto a proporre quelle parole a san Francesco,
disse loro: «Fratelli, ascoltatemi e badate a voi stessi,
affinché non abbiate ad ingannare voi stessi e non
siate ingrati ai benefici di Dio: perché veramente
c'è Dio in questo uomo e Cristo e il suo Spirito parlano
in lui. Perciò chi lo ascolta, non ascolta un uomo,
ma Dio, e chi disprezza lui, è Dio che egli disprezza.
Umiliate i vostri cuori ed obbedite a lui, se volete piacere
a Dio e compiere le opere che sono gradite a Cristo. Se lo
offendete, e pensate e fate cose contrarie ai suoi comandi
e ai suoi consigli, priverete voi stessi del frutto della
salvezza e della vostra vocazione e abbasserete lo stato della
vostra Religione e coprirete di tenebre il vostro cuore, mostrandolo
avvolto anche di molti vostri difetti e tenebre. Dalla sua
bocca esce la parola di Dio viva e più penetrante di
ogni spada a due tagli, come dice l'Apostolo, e non ignora
le astuzie di Satana, ma giunge ai segreti delle intenzioni
e dei pensieri dei demoni e degli uomini; egli non può
essere ingannato dai raggiri umani, perché ha in sé
lo spirito di Dio, che scruta l'intimità dei cuori
e penetra i più profondi pensieri di Dio».
2163 4. Prima di partirsene, il signor cardinale
predicò la parola di Dio in comune, tanto ai frati
ch'erano convenuti al Capitolo in grande moltitudine, che
alle persone devote e al popolo della città di Assisi.
Era infatti uomo sapiente e di onesto comportamento e vita.
Dopo aver detto molte cose con molta sapienza, efficacia e
facondia, per l'istruzione delle anime e per la correzione
dei costumi, alla fine diresse il suo sermone in esaltazione,
raccomandazione e lode dei frati. Esaltando la vita e perfezione
loro con moltissime lodi, tentò di attrarre e infiammare
con molte esortazioni tutto il popolo che l'ascoltava alla
riverenza e alla devozione verso i frati e verso la loro santa
Religione.
2164 Appena il cardinale ha finito il suo sermone,
san Francesco si inginocchia davanti a lui e chiede con la
grazia della sua benedizione, la licenza di rivolgere anche
lui qualche parola brevemente ai frati e al popolo, in sua
presenza. E, ricevuta la benedizione, parla a tutti in questo
modo:
«Il reverendo padre, il signor nostro cardinale, per
la molta buona volontà e carità che ha verso
tutti e specialmente verso i miei frati e la Religione, molto
si inganna. Egli crede e suppone che ci sia in noi grande
santità e singolare perfezione e amore della perfezione.
Ma non è bene che diamo luogo alla falsità e
alla menzogna, perché se sia lui che voi credeste a
quelle perfezioni ed eccellenze, che ha predicato a voi a
nostro riguardo, sareste ingannati e ciò sarebbe occasione
di danno e di grande pericolo sia a voi che a noi.
E veramente noi siamo ingrati a Dio quanto alla nostra vocazione
e non abbiamo le opere e gli affetti dei veri poveri e umili,
cioè dei veri frati minori, e non ci curiamo di averle,
come abbiamo promesso.
Io voglio una cosa sola: che voi tutti, tanto il signor cardinale
quanto voi, sappiate quali sono le opere, le parole e i desideri
che devono avere i frati minori, quelli che non sono per loro
occasione di inganno, affinché non ingannino né
seducano se stessi e voi.
Quando vedrete che i frati minori non spingono i novizi, che
accettano, a distribuire tutti i loro beni ai poveri del mondo,
secondo la forma del santo Vangelo, come hanno promesso, ma
invece suggeriscono ad essi di riservare qualche cosa o per
libri, o per chiese, o per qualsiasi altra occasione, o per
se stessi o per le necessità dei frati; e ancora: quando
vedrete i frati procurare le cose temporali, al di là
del quotidiano bisogno del loro corpo, e cercare pecunia o
denaro per sé o per costruire i loro luoghi e le loro
chiese, oppure ricevere da voi testamenti e legati, sotto
qualsiasi specie o maniera; sappiate che allora sono ingannati
e sedotti, perché i frati minori sono stati mandati
da Cristo, per mostrare, più con le opere che con le
parole, la somma umiltà e povertà.
Perciò, quando li vedrete abbandonare i luoghi poveri
e vili e piccoli e posti fuori del mondo e, sotto pretesto
di predicazione e della vostra utilità, mutare quei
luoghi e comprarne altri nelle città e nelle borgate
e costruirli belli e sontuosi, abbandonare la santa orazione
e devozione e darsi alla lettura e all'acquisto dei libri
e avere sepolture ed avere e procurare con abbondanza l'uso
di tutte le cose, e per avere e procurare tutte queste cose
impetrare privilegi dalla Curia romana e fare liti per rivendicare
tali privilegi: in tutti questi casi, aprite gli occhi e guardatevi
bene da loro e non seguiteli, anzi neppure ascoltateli. Questi
si vanteranno d'essere frati minori, soltanto per il nome
che portano, ma distruggeranno e impugneranno la povertà
e l'umiltà, che hanno promesso al Signore, con le parole
e le opere in sé e negli altri. E molti mali verranno
a causa di loro alla Religione e alla Chiesa.
Queste cose io ve le preannuncio anzi tempo, affinché
tanto essi che voi stiate in guardia dai lacci dei demoni
e dalla malignità degli uomini perversi e dai mali
che accadranno, perché non cadiate in essi. Invero
stanno per giungere tempi di molte tribolazioni e seduzioni.
E il primo segno di esse sarà l'abbandono da parte
dei frati dell'amore e della osservanza della vita e del Vangelo
di Cristo, poiché non è la sapienza, né
la scienza né l'eloquenza che trascinano il mondo a
Cristo, ma una condotta pura e santa e la perfetta osservanza
dei comandamenti e dei consigli di Cristo».
2165 Più tardi il signor cardinale gli domandò:
«Perché, frate Francesco, hai svuotato la mia
predica e perché preannunci tante imperfezioni dei
tuoi frati nella tua Religione?». Gli rispose san Francesco:
«Anzi, io ho onorato la vostra predicazione, dicendo
temperatamente la verità a riguardo di me e dei miei
frati, ed ho avuto pietà di me e di loro contrapponendo
l'ostacolo della parola di verità alla rovina, ammonendoli
in modo salutare e necessario, perché l'elogio della
vostra lode non potesse occasionevolmente spingere verso tale
rovina i miei frati non pienamente fondati nell'umiltà».
2166 5. Con giudizio unanime, i frati sapienti secondo
la carne ritenevano quelle cose che san Francesco proponeva
come ricevute da Cristo, come troppo gravi e non portabili.
Perciò i ministri fecero togliere dalla Regola il capitolo
delle proibizioni del santo Vangelo, come scrive frate Leone.
E, sebbene egli in se medesimo con l'esempio delle sue opere
mostrasse perfettamente quelle cose che Dio gli rivelava e
che annunciava ai frati con tanto fervore, essi tappavano
le orecchie alle sue sante parole e distorcevano gli occhi
dalle sue opere, cercando di trascinarlo dietro di sé,
anche contro voglia, piuttosto che obbedire ai suoi comandi
e consigli salutari e divini e lasciarsi rafforzare salutarmente
dagli esempi delle opere perfette di lui.
2167 Infatti, quand'egli fu tornato dalle parti d'oltremare,
un ministro venne a parlare con lui sul capitolo della povertà
per conoscere pienamente il pensiero e la volontà del
beato Francesco - come riferisce frate Leone. Gli rispose,
dunque, il beato Francesco in questi termini: «Io il
capitolo della povertà lo intendo come suonano letteralmente
le parole del santo Vangelo e della Regola: che cioè
i frati non abbiano nulla e non debbano avere se non la tonaca
con la corda e i calzoni, e quelli che sono costretti dalla
necessità possono portare calzature, come è
scritto nella Regola».
Gli replicò il ministro: «Che farò io,
Padre, che ho tanti libri, che varranno ben cinquanta libbre?».
Questo diceva perché voleva tenerli addebitandoli sulla
coscienza di lui, dal momento che teneva quei libri con rimorso
di coscienza, ben sapendo quanto egli interpretava strettamente
il capitolo della povertà.
Ma il beato Francesco gli rispose: «Non posso, fratello,
né debbo fare e andare contro la mia coscienza e la
professione del santo Vangelo che abbiamo promesso, per causa
dei tuoi libri». A queste parole il ministro si fece
triste. Vedendolo così turbato, il beato Francesco
riprese con grande fervore di spirito, intendendo rivolgersi
a tutti i frati: «Voi, frati minori, volete essere ritenuti
e chiamati dagli uomini osservatori del santo Vangelo, e poi
con le opere volete avere gli scrigni per il denaro?».
2168 Ho visto io un frate che l'udì predicare
a Bologna - e lo riferivano quanti avevano veduto. Stava entrando
in città, con l'intenzione di recarsi dai suoi frati,
quando udì che era stata costruita una casa, non conforme
alla povertà promessa. Tornò subito indietro
e si recò al convento dei frati predicatori, che l'accolsero
con grande allegrezza.
C'era tra loro un frate predicatore, singolare per santità
e scienza, che ascoltava devotamente le parole di san Francesco.
Ma, conoscendo egli la ragione per la quale san Francesco
non aveva voluto rimanere con i suoi frati, preso da compassione
per la desolazione dei frati, tentava di indurlo a recarsi
da loro e a perdonarli, se gli erano stati motivo di offesa.
E il beato Francesco gli disse: «Non sarebbe buona indulgenza
da parte mia verso quei frati approvare con la mia presenza
una trasgressione così notoria contro la povertà
promessa, con offesa a Dio, se cioè ospitassi con essi
che vivono in peccato».
Quel frate predicatore, vedendo che non riusciva a piegarlo
verso di loro, disse: «Almeno per gli altri tuoi frati,
perché non incorrano nell'infamia per questo motivo
che tu non sei andato da loro, andiamo, e li correggerai con
carità per la colpa commessa, e compirai il tuo dovere.
Se poi, per fedeltà alla tua coscienza, non vorrai
rimanere in quella casa, ce ne ritorneremo. E così
sarà conservata la buona fama dei frati e emenderanno
la loro colpa».
Il beato Francesco acconsentì al suggerimento di quel
frate, e trovò i frati di quella casa pronti a compiere
la penitenza che egli avesse voluto imporre; ed egli li perdonò.
2169 6. Avendo conosciuto l'ostinazione e pertinacia
di un certo frate, che era stato nel mondo dottore in legge,
ed aveva nome Pietro Stacia, ed avendo appreso attraverso
lo spirito del Signore che la sua coscienza era contraria
alla purità della Regola, e similmente le sue opere
e la sua dottrina, lo maledì. Costui era stato grande
nel mondo ed era amato non poco dai ministri per la sua scienza;
perciò i frati, verso il termine della vita di san
Francesco, lo pregavano perché usasse indulgenza a
così grande uomo e gli mandasse la sua benedizione.
Rispose: «Figli, non posso benedire colui che Dio ha
maledetto, ed è maledetto».
Che più? Non molto tempo dopo, il predetto frate si
ammalò, ed era ormai prossimo a morire. C'erano dei
frati attorno a lui, ed egli cominciò a dire gridando
con voce terribile e grande tremore: «Sono dannato,
ed ecco, i demoni, ai quali sono consegnato, mi portano maledetto
ai supplizi dell'eterna dannazione e maledizione».
Da quell'esperienza tremenda davanti a quel doloroso spettacolo
e al giudizio orrendo e pauroso, quanti erano presenti impararono
che colui che è stato maledetto dal beato Francesco
è maledetto e condannato da Dio per l'eternità.
Infatti non dava la sua benedizione o maledizione a qualcuno
mosso da affetto o sentimento umano, ma, reso cristiforme,
manifestava gli arcani dei divini giudizi e della divina volontà
e vedeva come scritti in parole gli avvenimenti futuri quasi
appartenessero già al passato.
2170 Udendo una volta gli enormi eccessi di alcuni
frati --come scrive frate Tommaso da Celano - e il cattivo
esempio dato ai secolari, invaso da infinita tristezza, si
rivolse tutto a Cristo. Giungendo invece altri che gli riferivano
la santa condotta e vita di alcuni frati, e l'edificazione
dei secolari, e la conversione di molti operata tramite loro
ad una vita di penitenza, ascoltando quelle buone notizie
se ne rallegrò, lui che amava la salvezza delle anime.
Allora, illuminato da una celeste rivelazione, conobbe la
dirittura della divina giustizia, che misericordiosamente
attrae a sé e benedice i buoni e giustamente allontana
da sé e maledice i cattivi.
E in tanta efficacia e potenza di spirito, maledisse quanti
apostatavano dalla perfezione della vita promessa e quanti
diffamavano la Religione con le loro opere perverse, e benedisse
coloro che osservano le promesse e con l'esempio della loro
santa condotta edificano il prossimo e fanno crescere la Religione
col profumo della loro buona fama. Quanti ascoltavano capirono
che queste cose venivano da Dio e che erano confermate in
cielo la benedizione e la maledizione che il beato Francesco
dava e annunciava sulla terra.
Era manifesto a quanti frati erano sapienti sanamente ed amavano
la verità in Cristo, che le parole e le opere di lui
procedevano da Cristo e dal suo spirito e che, accogliendo
e ascoltando lui, accoglievano e ascoltavano Cristo che in
lui parlava; e quanti erano retti e mondi di cuore non esitavano
ad ascoltarlo e a seguirlo.
2171 7. Ma quelli che invece amano se stessi e, gonfiati
di scienza umana, cercano le cose proprie e non quelle di
Cristo, avevano paura e timore dove non c'era da temere, e
non l'accolsero, perché non invocavano Dio. Come potevano
credere, essi che bramavano e cercavano la gloria umana e
non cercavano invece quella gloria che viene solo da Dio?
Dio distrugge le ossa di coloro che cercano di piacere agli
uomini; e saranno confusi, perché Dio li disprezza.
Diceva san Francesco ai suoi frati: «Coloro che antepongono
la scienza alla santità, non prospereranno; e sono
servi della menzogna coloro che amano la lode degli uomini.
Ma Dio è verità e manderà in rovina gli
adoratori della menzogna».
Vedendo per grazia dello Spirito Santo le cose future, diceva:
«I frati, a motivo della predicazione e della edificazione
degli altri, abbandoneranno la loro vocazione, e cioè
la pura e santa semplicità, la santa orazione, l'umiltà
e la nostra signora santa povertà. Ma avverrà
ad essi che, per quelle cose attraverso le quali pensavano
di infiammarsi alla devozione e all'amore di Dio, per le stesse
diventeranno frigidi e vuoti di carità. E così
non potranno ritornare alla loro vocazione, avendo perduto
ormai il tempo di vivere secondo la loro vocazione, e c'è
da temere che quanto credevano di possedere, sia loro tolto
e si trovino con le mani vuote nel giorno della tribolazione.
Invero, quelli che essi credono di convertire a Dio con le
loro prediche, sono invece convertiti al Signore dalle preghiere
dei santi frati, che in luoghi deserti piangono i peccati
loro e degli altri. Infatti solo ai veri frati minori è
dato da Cristo di conoscere i misteri di Dio, agli altri solo
mediante parabole. Ma sono tanti coloro che volentieri accedono
alla scienza, che sarà beato colui che si farà
sterile per amore del Signore Dio».
2172 Un giorno arrivarono dei frati dalla Francia
e gli riferirono che in quei giorni a Parigi era stato ammesso
all'Ordine un uomo famoso, maestro di sacra teologia, e il
fatto aveva suscitato grande edificazione tra il popolo e
il clero. Ma Francesco, sospirando disse: «Temo, figliuoli,
che tali maestri alla fine distruggeranno la mia botte. Infatti
veri maestri sono coloro che mostrano la loro condotta al
prossimo con le opere buone, con mansuetudine di scienza,
perché tanto l'uomo sa quanto opera e tanto è
sapiente quanto ama Dio e il prossimo; un religioso poi tanto
è buon oratore, quanto lui stesso, fedelmente e umilmente
compie le cose buone che intende».
2173 8. Venne allora dalla Alemagna un grande maestro
di santa teologia, un santo frate, per vedere san Francesco
e per certificarsi con lui circa la comprensione e la intenzione
che egli aveva della Regola. E, avendo con tutta diligenza
ascoltato e inteso da lui l'intenzione di tutta la vita regolare,
quale gli era stata ispirata e rivelata da Cristo, la sua
mente fu così pacificata e consolata nelle parole e
ragioni di san Francesco, come se avesse ascoltato parlare
lo stesso Cristo Gesù e non un uomo.
Alla fine del colloquio, umilmente e inginocchiandosi davanti
a lui, disse: «Prometto nuovamente in questo momento
nelle tue mani di osservare fedelmente e puramente fino alla
fine della vita, che la grazia di Cristo vorrà concedermi,
la vita e questa Regola evangelica, secondo la pura e fedele
intenzione che lo Spirito Santo ha manifestato attraverso
la tua bocca. Ma ti chiedo una grazia: se capitasse, durante
i miei giorni, che i frati tanto si allontanassero dalla pura
osservanza della Regola, secondo che tu hai preannunciato
sotto ispirazione dello Spirito Santo, che, a motivo della
loro opposizione, io non possa liberamente osservarla secondo
quella santa e perfetta intenzione che ti è stata rivelata
dal Signore, (ti chiedo) che io possa con la tua obbedienza
e licenza ritirarmi da loro e vivere solo, o con alcuni frati
soltanto, ed osservarla perfettamente».
Ascoltando queste parole, il beato Francesco fu ripieno di
immenso gaudio e, benedicendolo, gli disse: «Sappi che
ti è concesso da Cristo e da me quanto hai domandato».
E, ponendo la sua mano destra sul capo di lui, continuò:
«Tu sei sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedech.
Quelli infatti che portano il giogo soave della vita di Cristo
e della Regola forzatamente, sono figli della carne e sempre
piegano al loro sentimento carnale la santa e pia intelligenza
della Regola. Come Ismaele, nato secondo la carne, era contrario
ad Isacco ch'era nato secondo la promessa dello Spirito Santo,
e viveva spiritualmente e santamente, così sarà
in questa vita e Religione: i figli della carne perseguiteranno
i figli dello spirito. Ma Dio, che divise i figli di Israele
dagli Egiziani con mano forte e braccio disteso, separerà
i veri figli della Regola dai figli della prudenza della carne,
abbandonando questi ultimi nelle tenebre dell'errore e nel
freddo della cupidigia e dell'amore proprio, mentre i figli
della Regola li introdurrà nella luce della divina
chiarità e nella perfezione cruciforme della serafica
carità, rendendoli conformi al corpo della sua chiarità
per quella potestà con la quale può rendere
soggetta a sé ogni cosa».
2174 9. Dunque, al tempo di san Francesco, tra i
frati, per quanto appariva all'esterno, nell'abito, nella
coabitazione e nell'obbedienza, c'era unità; ma quanto
alla osservanza pura e amorosa della Regola e all'obbedienza
all'intenzione del fondatore e alla sequela interiore di lui,
c'era invece scisma e grande diversità. Era ben lontana
da loro l'unanimità: nel sapere, nella stessa carità,
nell'agire insieme, nel non fare nulla per spirito di contesa
e per ricerca della gloria vana, nel ritenersi vicendevolmente
l'uno superiore dell'altro, nel non ricercare le cose di utilità
propria, ma come fondatori, ricercare solo le cose di Cristo
e quelle di utilità degli altri e di mutua edificazione.
2175 Frate Elia, che si era dedicato alle sublimità
della filosofia, segretamente trascinava dietro di sé
una caterva di frati, sovvertiti dallo spirito di cupidigia
e di vanità, mentre scavava sotto i suoi piedi la fossa,
nella quale, sedotto, cadde e perì. E non capiva le
sottigliezze e le astuzie di Satana, ché anzi, ignorandolo,
gli preparava le strade, districava il cammino e raddrizzava
i sentieri, opponendosi a Cristo nel fondatore.
2176 Segue il racconto di una mirabolante visione
avuta da un certo santo sacerdote, di nome Bartolomeo, di
Massa Trabaria confidente e direttore dei frati e anche di
Francesco. Si tratta di un conciliabolo diabolico per scoprire
nuovi metodi con i quali sconfiggere Francesco e i suoi. Prevale
finalmente il consiglio del secondo nel regno li Satana: piegare
a penitenza quegli uomini che già tengono nelle loro
mani sì che entrino nell'Ordine poi farli ripiegare
agli antichi desideri di sapienza e di potenza sì che
raggiungano le cariche. Ecco i nuovi ministri che daranno
man forte a frate Elia per scalzare il principio e proposito
dell'osservanza letterale della Regola.
2177 Intanto, mentre i mali crescono, Francesco si
sente impotente a porvi rimedio e si ritira nell'orazione,
nel digiuno e nel pianto. Seguono pagine e dialoghi tratti
dagli scritti di frate Leone, riproducendo un testo più
simile alla Leggenda perugina che allo Specchio di perfezione
.
2178 12. Poiché dunque il beato Francesco
non cessava di gridare a Dio con umili preghiere e infuocati
affetti, perché conservasse grata a Dio la sua Religione
e donasse certa salvezza a tutti i frati presenti e futuri,
l'Altissimo esaudì le preghiere del suo servo, e così
gli fu detto dal Signore: «Francesco, vai e fermati
quaranta giorni in un luogo deserto. Ordinerai la tua Regola
secondo quello che io ti dirò e - come tu domandi -
ti darò brevi, chiari e certi rimedi che tu porrai
in essa, per mezzo dei quali i trasgressori saranno rimproverati
di colpa davanti alle loro coscienze e saranno inescusabili
davanti alla mia Chiesa, e quelli invece che amano e conservano
la Regola con purezza e fedeltà, avranno una testimonianza
certa della pura e fedele osservanza di essa, e non potranno
dubitare della tua intenzione, che è secondo il beneplacito
della mia volontà».
Queste cose avvennero prima che egli rinunciasse al suo ufficio
di ministro, volendo ritirarsi a vivere per sé, e rassegnasse
la Religione nelle mani dei ministri.
2179 Si appartò, dunque, in conformità
alla rivelazione fattagli da Dio e si rinchiuse nell'eremitaggio
di Fonte Colombo, in una celletta ricavata nella fessura di
una roccia sotto il luogo dei frati. Soltanto due di essi,
frate Leone di Assisi e frate Bonizzo di Bologna, che si era
presi come compagni, osavano avvicinarsi a lui. Là,
mentre Cristo gliela rivelava, scrisse la Regola, non mettendoci
nulla di suo, ma scrivendo in essa soltanto quello che Cristo
Gesù gli rivelava dal cielo.
Mentre questo nuovo Mosé è solo con Dio, tumultuano
e si infiammano frate Elia con i suoi seguaci e alcuni ministri.
Quelli che non osavano essere contro di lui palesemente, sottraggono
di nascosto e furtivamente il testo della Regola a frate Leone,
uomo di Dio, il quale l'aveva ricevuta e la conservava. Pensavano
essi di impedire in questo modo che san Francesco mandasse
ad esecuzione il suo proposito di presentare la Regola al
sommo Pontefice ed ottenerne l'approvazione, secondo la parola
di Cristo che gli era venuta dal cielo. Non volevano capire,
questi che compivano tale cosa - poiché avevano l'intelletto
oscurato dalle tenebre -, la gravità della loro presuntuosa
colpa e che, anteponendo le loro volontà alle divine
ispirazioni e comandi, commettevano un peccato di divinazione
e di rifiuto d'obbedienza e delitto di idolatria, non prestando
fede alle parole del santo fondatore, che le aveva ricevute
da Dio.
2180 Ma l'uomo santo comprese la gravità del
peccato commesso dai frati, per invidia del demonio. Ispirato
da Cristo, la cui bontà non si lascia vincere dalla
malignità degli uomini, si reca una seconda volta nello
stesso luogo e devotamente consacra a Dio un'altra quaresima.
E lassù, ammaestrato da Cristo, scrive nuovamente con
le stesse parole e con gli stessi pensieri, la Regola malamente
sottratta dal peccato dei suoi, e come un nuovo Mosé,
ripara questa seconda Regola, fatta e scritta dal dito del
Dio vivo.
Frattanto, mentre è tutto elevato in Dio con celesti
e infiammati desideri e impetra da Cristo la riparazione della
Regola che gli è stata sottratta, il diavolo stimola
e incita i ministri di diverse province. E questi, agitati
dallo spirito infernale, si radunano con frate Elia. Decisi
a presentare querela con protesta, audacemente salgono verso
di lui, con l'intenzione - dal momento che non erano riusciti
a fargli revocare la Regola e a farlo desistere dal suo proposito
sottraendogliela -, di impedire, ritrarlo e turbarlo con lamenti
avvallati dalla loro autorità.
2181 Stanno da lontano e gridano, ostentando obbedienza
al suo divieto, che nessuno, cioè, avesse la presunzione
di recarsi da lui fino a quaresima finita; e mostrano gridando
che avevano una causa necessaria e urgente, per la quale,
radunatisi insieme, erano venuti a cercarlo.
San Francesco chiama a sé col solito segno frate Leone,
e gli comanda di investigare chi fossero quei frati che strepitavano
e perché erano venuti. Gli rispose frate Leone: «Padre,
sono venuti i ministri assieme a frate Elia, allo scopo di
discutere alcune cose necessarie con te». Gli dice di
rimando san Francesco: «Dicano quello che vogliono ed
io li ascolterò, ma non si avvicinino a me».
Si fermarono dunque di fronte, sotto la cella, in un posto
dal quale la loro voce poteva essere sentita chiaramente.
E frate Elia gli dice, nella persona di tutti: «Frate
Francesco, questi frati sono i ministri. Essi hanno udito
nelle loro province che, per ottenere una più perfetta
osservanza della vita promessa, hai decretato di aggiungere
o mutare qualcosa nella Regola. Considerando la debolezza
loro e dei frati loro sudditi, e il fervore di spirito che
il Signore ha concesso a te, e come, fortificato dalla grazia
di Dio, anche le cose più ardue e difficili a te sembrano
dolci e leggere, sono venuti qui sia per se stessi sia per
i frati che sono loro sudditi, per denunciare a te e ricordarti
che per la loro debolezza è sufficiente fin troppo
osservare le cose già promesse, e che la loro debolezza
ha bisogno più dl comprensione e dispensa sulle cose
già promesse, piuttosto che essere obbligati, al di
là delle loro forze a cose più perfette, per
quanto grande sia il merito di esse». Udite queste parole,
Francesco ammutolì e, addolorato nel profondo del cuore,
non diede nessuna risposta a quelle domande. Ma subito, rientrato
nella cella, raccogliendosi nel rifugio della preghiera abituale
ed elevando le mani al cielo, gridò con tutto il cuore
al Signore e disse: «Signore Gesù Cristo, ecco,
io ti ho seguito, senza contraddirti in nulla, e tutto quello
che tu mi hai comandato, l'ho eseguito con piena obbedienza.
Invero io non sono tale e tanto grande che sia in mio potere
compiere senza il tuo aiuto alcuna cosa che a te sia grata
e bene accetta e per essi utile e salvifica. Tu, che mi hai
comandato di fare e scrivere queste cose che, a tua lode e
a salvezza loro, io scrivo ed ho scritto, rispondi ad essi
per me ed anche dimostra loro che sono parole tue e non mie».
Dette queste parole a Cristo, con cuore pieno di fiducia,
si sentì sopra il luogo dove san Francesco pregava,
una voce nell'aria, che in modo meraviglioso disse in persona
di Cristo: «Questo è il mio servo Francesco,
che io ho scelto, ed ho posto il mio spirito in lui e gli
ho comandato di fare quello che fa e di scrivere la Regola
che scrive, e quella vita e Regola che egli scrive è
mia e viene da me e non da lui. Chi ascolta lui, ascolta me;
chi lo disprezza, disprezza me. Io, a coloro che chiamerò
ad osservare questa vita e Regola, darò spirito e fortezza
perché l'osservino. E voglio che questa Regola sia
osservata alla lettera».
Ascoltando queste parole con stupore e ammirazione ciascuno
se ne tornò alla sua provincia e desistettero dai contrariarlo
in quelle cose, come avevano cominciato a fare.
2182 13. Compiuta la Regola, san Francesco, secondo
il comando di Cristo, se ne andò col suo compagno frate
Leone dal signor papa Onorio, che era allora sommo Pontefice,
e che amava il beato Francesco di singolare amore e lo venerava
con profondo affetto, perché da certa esperienza aveva
appreso che in lui aveva riposato pienamente lo spirito di
Cristo.
Il sommo Pontefice fu pieno di gioia per la venuta del povero
di Cristo Francesco e lo ricevette benignamente e caritativamente,
come padre amoroso, e lo benedisse con volto ilare ed animo
gioioso. Ascolta con grande attenzione tutte le cose che egli
propone e domanda da parte di Cristo, prende tra le mani e
legge la Regola che aveva scritto, la considera molto attentamente
e l'esamina con diligenza. E dopo averla letta con vigile
cura ed esaminata attentamente, sull'esempio del suo predecessore
papa Innocenzo, di buona memoria, col consenso dei suoi fratelli
i cardinali l'approva e conferma.
2183 Ma, - secondo la testimonianza di frate Leone,
che era presente - dopo aver diligentemente e attentamente
esaminato tutto il contenuto della Regola, il signor sommo
Pontefice disse al beato Francesco: «Veramente beato
è colui che, fortificato dalla grazia di Dio, osserverà
fino alla fine fedelmente e devotamente questa vita e Regola,
perché tutte le cose che in essa sono scritte, sono
pie e perfette. Tuttavia, quelle parole del capitolo decimo,
e cioè: “Ovunque ci fossero dei frati che sapessero
e conoscessero di non potere osservare puramente e semplicemente
alla lettera e senza chiose la Regola, debbano e possano ricorrere
ai loro ministri. I ministri poi siano tenuti per obbedienza
a concedere loro liberamente e benignamente quanto richiedono;
che se i ministri non lo volessero fare, gli stessi frati
abbiano licenza e obbedienza di osservarla liberamente, perché
tutti i frati, siano ministri o sudditi, devono essere soggetti
alla Regola”, potrebbero diventare causa di rovina per
quei frati che non fossero pienamente fondati nella conoscenza
della verità e nell'amore delle virtù, e motivo
di divisioni della Religione; perciò voglio che queste
parole di questo capitolo vengano mutate, così che
venga eliminata ogni occasione di pericolo e di divisione
per la Religione e per i frati».
A lui rispose il beato Francesco: «Padre santo, queste
parole della Regola non le ho poste io ma Cristo, che meglio
conosce quanto è necessario e utile per la salvezza
delle anime dei frati e per il buono stato e la conservazione
della Religione e al quale è noto e presente quanto
avverrà nella Chiesa e nella Religione. E perciò
io non devo e non posso mutarla in nessun tratto, perché
verranno tempi nei quali i ministri e gli altri che governeranno
in questa Religione recheranno molte e amare tribolazioni
a coloro che vorranno osservare la Regola letteralmente secondo
la volontà di Dio. Perciò, come è volontà
e obbedienza di Cristo che si osservi letteralmente questa
vita e Regola, che è sua, così deve essere vostra
volontà e obbedienza che si faccia e si scriva nella
Regola».
Allora riprese il sommo Pontefice: «Frate Francesco,
io farò in modo tale che, conservando pienamente il
senso delle parole, la lettera della Regola venga così
mutata in modo che i ministri capiscano di essere obbligati
a compiere quello che Cristo vuole e la Regola comanda, e
che i frati capiscano che essi hanno la libertà di
osservare la Regola; e così non si offrirà occasione
di mancare a quelli che vanno spesso alla ricerca di una occasione,
sotto pretesto di osservare la Regola».
Il sommo Pontefice cambiò dunque le parole di questo
punto dicendo: «Dovunque ci sono dei frati, che sapessero
e conoscessero di non poter osservare spiritualmente la Regola,
debbano e possano ricorrere ai loro ministri. I ministri poi
li accolgano con carità e bontà e dimostrino
con loro tale familiarità che essi possano dire e fare
come il padrone con i suoi servi. Infatti così deve
essere, che i ministri siano i servi di tutti i frati».
2184 Ma per rimuovere dal cuore di tutti i frati
ogni scrupolo e incertezza, il beato Francesco, circa la fine
della sua vita, dichiarò esplicitamente la verità
della intenzione, che aveva nella Regola, come l'aveva ricevuta
da Cristo, e comandò «fermamente a tutti i frati
chierici e laici, per obbedienza, di non inserire glosse nella
Regola e nelle parole del Testamento, dicendo: Vanno intese
così, ma come semplicemente e letteralmente il Signore
aveva» a lui «concesso (di scrivere la Regola
e il Testamento), così essi la dovevano intendere puramente
e semplicemente ed osservare sino alla fine», benedicendo
tutti quelli che l'avrebbero così osservata e sbarrando,
con fermissimo precetto, la strada del ricorso alla Curia
romana per impetrare lettere o privilegi da sé o per
interposta persona, contro la pura e letterale osservanza
della Regola a lui data da Cristo.
2185 14. Dunque, dai precetti e dalle parole dello
stesso Santo, risulta chiaramente che egli ricevette la Regola
e il Testamento da Cristo per rivelazione e che la propria,
vera, pura, fedele e spirituale osservanza e intelligenza
della Regola è l'osservanza letterale.
Le altre dichiarazioni poi sono pie accondiscendenze fatte
da medici pietosi agli infermi, e dispense utili e necessarie
alla salvezza delle anime che non hanno forza sufficiente
o non vogliono obbligarsi a quell'ardua, stretta e perfetta
osservanza della Regola, che il fondatore insegnò e
adempì ed aveva ricevuto direttamente da Gesù
Cristo.
2186 Ma la riforma della Regola rivelata a san Francesco
dopo il mistero segnato nella sua croce, dovrà farsi
nella pura, semplice e letterale osservanza della Regola e
del Testamento, poiché lo Spirito Santo riempirà
seraficamente, cherubicamente e tronicamente quelli che chiamerà
ed eleggerà a predicare con la parola e le opere la
vita di Cristo. Seraficamente, cioè porteranno nel
corpo e nell'anima Cristo crocifisso, certi della inabitazione
di lui - e di questa certezza ne è stato dato un segno
in Francesco, che apparve, prima nell'anima e poi nel corpo,
confitto alla croce, prefigurando l'opposta situazione degli
avversari; cherubicamente, perché l'Intelletto increato,
generato eternamente dal Padre, entrerà nell'intelletto
degli umili frati minori attraverso l'affetto e la virtù,
li illuminerà e verificherà, rendendoli sapienti,
comunicando loro la sua luce - come fu prefigurato nel settimo
frate (Francesco), quando, quasi nuovo Elia, apparve nella
figura di un carro di fuoco ai sei fratelli e la coscienza
di ciascuno fu nuda e aperta all'altro; tronicamente, perché
la potenza del Padre onnipotente sarà loro vicina e
li assisterà come potenza e chiarità di fede,
e con viva efficacia così che siano soddisfatte e attuate
le loro domande, compiuti i loro desideri, siano temute le
minacce e maledizioni, e le benedizioni siano guardate con
amore e riverenza.
Non sarebbero infatti in grado di sostenere il peso di quell'ultima
tribolazione, nella quale incorreranno gli eletti - quando,
sciolta la potenza del Dragone infernale, essa si eleverà
e innalzerà per la perdizione dell'uomo, al punto che
ponendosi a sedere nel tempio di Dio, si manifesta sopra tutto
ciò che viene chiamato e adorato come Dio -, se Cristo
Gesù non abiterà in essi seraficamente e non
li illuminerà cherubicamente, e non riposi e abiti
in loro tronicamente.
Tratta già la conclusione di questa prima tribolazione
che, per il Clareno, è la duplice affermazione: Francesco
ha ricevuto direttamente da Dio la Regola e il Testamento,
e perciò la vera osservanza della Regola è solo
quella letterale; il Clareno continua in considerazioni di
carattere generale su san Francesco e sull'Ordine, rapportati
alla storia sacra, per poi perorare la causa con quest'ultimo
passo.
2187 15. Infatti frate Pacifico che, sopraelevato
sui sensi vide e udì che all'umile Francesco era riservata
la sede di Lucifero; e frate Salvo che lo vide prescelto da
Dio, tra tutti i santi, per una singolare battaglia contro
Lucifero, e quell'altro frate che vide Lucifero entrato nella
Religione dei frati minori e vestito dell'abito per potere
più facilmente in questa maniera vincere Francesco:
queste visioni, ed altre simili, se hanno qualche verità,
questo vogliono principalmente significare, quello che Cristo
dice nel Vangelo: che i primi saranno ultimi e gli ultimi
i primi; che molti sono i chiamati ma pochi gli eletti, che
i nemici dell'uomo, con l'abito ma non con la vita di Cristo,
sono i suoi familiari; che i figli di Abramo e della circoncisione
negarono Cristo; che i successori di Cristo e di Pietro arrossiranno
della povertà e dell'umiltà nel tempo della
vicina desolazione; e che i Minori, di abito e di nome, impugneranno
e perseguiteranno la minorità con le parole e con le
opere, e la odieranno, agendo da uomini fantastici e pazzi
e ostinati, fatti seguaci del principe dell'insipienza dell'errore
e dell'incredulità, Lucifero, nemico di Francesco umilissimo
e poverissimo e imitatore di Cristo, che essi figli della
propria carne, da lui sedotti, esasperarono e addolorarono
straziandolo finché visse, con la loro irriverenza
incredulità e disobbedienza.
2188 La prima guerra fu, dunque, quella della incredulità
irriverenza e disobbedienza, contro Francesco, il fondatore
per volere di Cristo e contro quelli che aderivano a lui con
amore e verità; contro di essa, Cristo uscì
vincendo in Francesco e nei suoi compagni, per vincere mediante
la vera povertà e umiltà e regnare trionfalmente
nella carità.
Così sia. Amen.